Il volto indigeno - Davide Cortese, nota di lettura

densità”. questa, forse, è la parola che meglio riassume l’esperienza di lettura de Il volto indigeno, di Davide Cortese (Stampa2009, 2024).

si badi bene, non si intende ingorgo di sterili complessità o impenetrabilità di senso.

Il volto indigeno è un libro che respira, che lievita via via che lo si attraversa, stupendo il lettore per la sua stratificazione linguistica e ricorsività, sia concettuale che lessicale, tradotte in un volume preciso, ripartito in sezioni, che non disdegna di proporre anche alcune prose poetiche.

ma andiamo con ordine.

il libro si apre con un testo in cui è già possibile rintracciare i semi delle dorsalicontenutistiche e stilistiche che lo attraversano. tre versi, in particolare, tracciano questa via: il primo, «a tratti non sembro lui», l’ottavo (con cui, forse non a caso, si apre la seconda strofa) e il nono: «la mia testa è una replica, espropriata / del suo immaginario».

forme di spersonalizzazione e di ripetizione accolgono dunque il lettore, introducendo alcuni dei maggiori aspetti che venano Il volto indigeno.

il primo elemento, ossia la de-personalizzazione, aleggia in tutta la raccolta, filtrando nei testi e intonandoli a un dubbiodi fondo interrogante.

interessante, in questo senso, notare una breve ma significativa dichiarazione di poetica, affidata ad alcuni versi del testo (senza titolo) a pagina 18: «Ma il tracciato annienta gli oggetti / se non quelli riconducibili / a biografia psichica». l’io si palesa in virtù della propria psicologia, e dei limiti di conoscibilità del mondo concreto che essa gli impone.

non è quindi un caso che, come notato da Maurizio Cucchi in sede di prefazione, in molti componimenti ricorra l’elemento del sonno e dell’onirico, dimensioni psichiche per eccellenza, spesso fuse a una visione deformante della realtà, in cui «campiture di edifici / simulano l’assillo del sogno». sonno (agitato) e veglia vengono quindi a congiungersi, annodandosi attorno al problema della conoscenza del reale, che al massimo può essere «assillo del sogno», da leggersi anche come “assalto” della propria mente-filtro.

tale complessità di rapporto, a livello stilistico, viene resa da Cortese con una serie di accorgimenti notevoli. in primis si deve segnalare una tendenza sistemica della scrittura a muoversi per rapidi scarti visivi, campi e controcampi cinematografici che accolgono la molteplicità del reale e la velocità con cui i dettagli si susseguono: «Dall’osservatorio la pioggia trascina / battiti, a mia insaputa, alla cascata. Sparisce / il passaggio a livello, il tracciato si dà anfratto / torrente fino al ponte».

a ciò Cortese affianca una serie di intuizioni visivo-versali impreviste, delle callidae iuncturae stranianti e per questo foriere di senso. Capita quindi che cani con «le orecchie / sperticate, quasi a fargli spiccare il volo» o «i lampioni che non tramontano mai» giungano ad accendere il dettato poetico, rivivificando dettagli apparentemente insignificanti, che nella scrittura trovano possibilità di essere e agire.

sorregge questo versificare denso e non-lineare un’attenzione estrema alla resa concreta e millimetricamente precisa delle immagini, che non disdegna la personificazione del paesaggio. ecco quindi che «È certo che le nuvole / puntino lunghi stivali / ai fianchi delle colline» o che «smemora la villa fra le piante».

sguardi subitanei, dunque, e incisivi, costantemente rinnovati in un linguaggio che si ri-lancia in avanti ogni volta, proliferando per gemmazione, compatto nel proprio equilibrio di rinnovo e conservazione, in un «relativo (e insperato) / moltiplicarsi degli incipit».

notevolissima poi, come già accennato, è la ricorsività sia lessicale che di pensiero, presenta diffusa e stratificata, al punto da informare moltissimi aspetti del libro.

data la massa, verrebbe da dire critica, di elementi che ricorrono, si sceglie in questa sede di ridurre gli esempi, onde evitare la tentazione catalogica, che non renderebbe giustizia alla tenuta e compattezza del libro di Cortese, in cui le tessere lessicali non si limitano ad accumularsi, ma sembrano rincorrersi di poesia in poesia, echeggiando e mutando forma, senza tradire il martellante “ritorno dell’uguale” (per usare termini cari alla filosofia) che scandisce il ritmo della lettura.

la eco avviene sia in poesie attigue, come nelle tre che vanno da pagina 17 a pagina 21, in cui parole come “assillo”, “pioggia” e “portalettere” vincolano solidamente un testo all’altro, sia in testi a grande distanza. in questi ultimi, in particolare, tende a tornare non tanto il singolo vocabolo, quanto più la già citata intuizionevisivo-versale, lievemente mutata, ma ancora perfettamente riconoscibile nella propria fisionomia di senso. ecco allora alcune cartografie impreviste, nelle poesie alle pagine 25 e 36, in cui si incontrano «topografie muscolari» (p. 25) e «geografie di influenza» (p. 36).

o ancora, è possibile notare come il titolo di una lirica, La testa in bando (p. 47), torni come titolo di un’intera sezione appena dieci pagine dopo, per non parlare di alcuni ritorni di figure accoppiate, come quella del «gatto, in braccio,» e della «moneta rotante», che appaiono sostanzialmente identiche (pur in contesti differenti) in liriche tra loro molto lontane, a circa trenta pagine di distanza

leggere Il volto indigeno significa dunque prestare orecchio a un discorso eminentemente macrotestuale, sfidante per il lettore, che viene condotto in una dimensione in cui «si è spinti in un loop;/ in un repertorio / che porta sempre al suo interno […]» (citazione non a caso tratta dal testo posto al centro del libro), arrivando a vivere un’esperienza totalizzante, in cui l’architettura testuale non solo si vede, ma si percepisce a pelle, in una forma di «Impazienza di fronte a ripetizioni e cose lasciate in sospeso, ma anche sdoppiate triplicate quadruplicate; configurate all’unisono, nella stessa struttura. E vorresti liberartene, ma in sordina c’è sempre un divieto nella testa».

Alcuni testi estratti da Il volto indigeno, di Davide Cortese, prefazione di Maurizio Cucchi, Stampa2009, 2024

L’AMICO DATATO

Sottoposto

a geografie d’influenza

dormirebbe in giornate basse. Incrocia

periodi nel sonno,

annida così nel legno: è solo una voce.

Quando pesca

scogli affondano la notte, i lampioni filtrano

debolezza retinica: la luna

finisce nel canale di calma

***

La curva troppo stretta e in salita

indica il passaggio di binari

lasciati al tempo: la pioggia, si dice,

sempre ostinata, qualche frana

pronta a scoprire che l’asfalto li trattenga.

Ora gli alberi sono il brusio

revocato al convoglio, il pettegolezzo

nell’insieme vegetale. Vento:

ciò che porta è una sola reazione,

una scossa, tra le fogllie, strabilia la coincidenza -

persona, immagine, voce - della volta

con se stessa e non resta che credere da sotto,

dall’ombra collettiva.

***

Davide Cortese (Genova, 1994) è incluso nell’antologia Planetaria. 27 poeti del mondo nati dopo il 1985, a cura di M. Dagnino-A. Pellegatta, Taut, Milano 2020. Sue poesie sono apparse su: «La Repubblica – Bottega di poesia» a cura di M. Cucchi; «Atelier Poesia»; «AlmaPoesia»; «Inverso – Giornale di poesia».

Ha pubblicato la monografia Fuori dalla libertà. Bas Jan Ader e i rituali dell’abbandono, Edb, Milano 2017 (pref. di Paolo De Lucia; disegni di Massimo Dagnino); e un catalogo di disegni Natura intermittente, Edb, Milano 2018 (pref. di Massimo Dagnino).

È autore di recensioni a libri di poesia su riviste cartacee e online («Nuovi argomenti», «L’immaginazione», «Rainews Poesia», «Golden Blog», «Trasversale», «Anthos») e di interventi in volume sul disegno.

***

Articolo a cura della redazione di Heimat

Immagine utilizzata: foto della copertina del libro, © Stampa2009, 2024

© heimat - rifugio poetico (no copyright sui testi poetici e sulla nota biografica, che vengono riprodotti per gentile concessione della Casa Editrice citata e/o del detentore dei diritti su di essi)

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